venerdì 27 aprile 2012

UNA PROPOSTA: MAI PIU' POLLEDRI E TRESPIDI SUL PALCO DEL 25 APRILE.

Tanta gente è scesa in piazza, anche a Piacenza, questo 25 aprile per commemorare la Liberazione. E' una gran bella notizia, che dimostra la vitalità dei valori della Resistenza e dell'antifascismo. Valori - uguaglianza, libertà, democrazia, pace, diritti, antirazzismo - che non fanno parte del passato, ma sono preziosi e indispensabili ancora oggi per capire il tempo presente. Del resto, anche se "quel" fascismo e "quel" nazismo sono stati sconfitti definitivamente e sono per fortuna irripetibili, nulla esclude la crescita e l'affermazione di nuovi fascismi, di nuovi nazismi, di nuove forme di autoritarismo. Se il 25 aprile continua ad essere un punto di riferimento per tante ragazzi e per tanti ragazzi, è vero che l'Italia e l'Europa non hanno assorbito, nel proprio Dna, l'antifascismo in maniera definitiva e tale da essere "immuni", una volta per sempre, da un ritorno al passato e da un profondo arretramento democratico. Quando Pier Paolo Pasolini definiva magnificamente il Pci "un Paese pulito dentro un Paese sporco", si riferiva esattamente alla coesistenza di un grande partito di massa, che si batteva per l'attuazione della Costituzione e che raccoglieva attorno a sè la parte migliore delle energie democratiche e progressiste, e un sistema politico e istituzionale in gran parte ancora fascistoide. Ancora oggi esistono forze - aprono sedi e organizzano iniziative - che si richiamano direttamente al fascismo e al nazismo malgrado la nostra Costituzione vieti la riorganizzazione del partito fascista. Mi riferisco, per fare due esempi, a Forza Nuova e a Casa Pound. Addirittura in Francia il Front National, ovvero ciò che in Italia è stato l'Msi, è arrivato alle elezioni presidenziali al 18%, raccogliendo il voto di tanti giovani e di tanti lavoratori. Il pericolo di un ritorno, in forme diverse, al fascismo e all'autoritarismo non è però solo rappresentato da forze che si richiamano in modo ideologico e diretto a quelle sciagurate esperienze storiche. Va in quella direzione chiunque spinga verso un prosciugamento della democrazia e dei diritti, anche se non è nè fascista nè nazista. Non è autoritarismo la sospensione della Costituzione e del contratto nazionale di lavoro imposta da Marchionne nelle fabbriche del gruppo Fiat alle lavoratrici e ai lavoratori? Non è un arretramento profondo e radicale della democrazia la cancellazione dell'articolo 18 - se ci arriveremo - ovvero la "liberalizzazione" dei licenziamenti a favore delle imprese? Non è un "tradimento" della Costituzione, nata dalla Resistenza, l'inserimento dell'obbligo del pareggio di bilancio dello Stato, approvato dal Parlamento nei giorni scorsi, e che porterà all'obbligo di nuovi tagli alla spesa sociale, sanitaria e pensionistica? La Costituzione, nata per spingere il Paese alla piena occupazione e alla tutela delle cittadine e dei cittadini, viene "usata" nella direzione opposta. Del resto, in Francia il successo di Marine Le Pen è stato propiziato proprio dai danni sociali provocati dalle politiche di tagli alla spesa pubblica e ai posti di lavoro di Sarkozy. Insomma: destra tecnocratica-moderata e destra fascista, seppure distanti sul terreno dell'identità politica e culturale, vanno a braccetto, si alimentano vicendevolmente: la prima prepara di fatto il terreno per la seconda. Per poter spezzare questa spirale disastrosa, sono necessari segnali chiari e forti dal mondo democratico e di sinistra. Allora torno a Piacenza e al 25 aprile. Mi sono chiesto, mentre assistivo alla commemorazione, cosa ci stesse a fare sul palco - per di più con il fazzoletto verde in bella vista - l'onorevole leghista Polledri. Lo ricordo, per dirne una, anni fa promuovere una messa in latino per commemorare la battaglia di Lepanto, assunta ad evento-simbolo contro l'"invasione" degli stranieri: che c'entra con la storia dei partigiani e con i valori della Resistenza? Ho ascoltato l'intervento del Presidente della Provincia Massimo Trespidi, con le citazioni del fondatore di Comunione e Liberazione Luigi Giussani e con i suoi strali contro il "relativismo etico": che c'entra con il 25 aprile? Penso, molto semplicemente, che il palco del 25 aprile non sia per tutti, ma sia per chi è antifascista - cattolico, riformista, comunista o altro - tutto l'anno e non solo il giorno della ricorrenza. Penso che bisognerebbe fare come a Roma, dove l'Anpi ha deciso di non invitare alle commemorazioni del 25 aprile nè il Sindaco di Roma Alemanno nè la Presidente della Regione Lazio Polverini. Il 25 aprile è una festa di tutte e di tutti, ma non tutti possono credibilmente incarnarne e rappresentarne i valori. Nando Mainardi - Rifondazione Comunista

domenica 18 dicembre 2011

ALA BIANCA RIPUBBLICA JANNACCI (dal sito "La Britgata Lolli")

Milano, 4 dicembre 2011 - In queste settimane "Ala Bianca" sta pubblicando per la prima volta su cd i quattro lp incisi negli anni '70 da Enzo Jannacci per "Ultima spiaggia". È un'opera meritoria: quegli album, reperibili ad oggi solo su microsolco, rischiavano di essere totalmente dimenticati e rimossi. E lo stesso Jannacci, per quanto ancora oggi popolarissimo e tra i maggiori esponenti della canzone d'autore, rischiava e rischia un destino simile.

"Quelli che" (1975) e "O vivere o ridere" (1976) sono per molti aspetti il colpo di coda della grande stagione del cabaret milanese, che si esaurirà definitivamente con l'arrivo degli anni '80. Qui la comicità surreale di Jannacci si confronta in modo diretto con la politicizzazione crescente di quegli anni e con una grande libertà creativa.

Jannacci, che in quegli anni svolgeva l'attività medica praticamente a tempo pieno e per questo non si esibiva più dal vivo, si muoveva a maggior ragione sganciato da qualsiasi logica commerciale. Se a tutto questo si aggiunge che per il cantautore milanese fu anche l'occasione per radunare alcuni tra i maggiori jazzisti milanesi e i suoi collaboratori "storici" (a partire dal giornalista sportivo e amico Beppe Viola), i piatti "Quelli che" e "O vivere o ridere" sono serviti.

Del primo ricordiamo brani come la celebre title-track, lunghissimo elenco di luoghi comuni e situazioni paradossali declamato con voce impassibile e seriosa; Vincenzina e la fabbrica, un ritratto di solitudine proletaria composto per la colonna sonora del film di Mario Monicelli "Romanzo popolare"; Il monumento, pezzo antimilitarista e brechtiano ispirato da un manifesto murale contro la guerra.

Del secondo citiamo Vivere, rifacimento delirante della nota marcetta di Bixio, e Per la moto non si dà, brano composto con Dario Fo e palese presa per i fondelli de Il tempo di morire di Battisti-Mogol. "Secondo te che gusto c'è?" (1977), il terzo della serie, è un lavoro di minore impatto e probabilmente risponde più che atro ad un obbligo contrattuale. Non mancano però buoni spunti, come la cover della canzone di Chico Buarque La costruzione, e quache colpo di genio, come Jannacci, arrenditi.

"Fotoricordo" (1979) è un ritorno inequivocabile alla qualità, anche se ci troviamo in una fase nuova. Vale per Jannacci, vale per la canzone d'autore e vale per il mondo circostante. È un disco più amaro che comico, più ironico che nonsense. Jannacci canta disperazioni esistenziali in Io e te, Satimbanchi, Mario, Ecco tutto qui.

E omaggia l'allora emergente Paolo Conte, interpretandone magistralmente Bartali e Sudamerica. Jannacci minimizza la sua maschera comica e investe maggiormente sulla canzone. Ultima spiaggia chiuderà subito dopo, e Jannacci approderà alla Ricordi. In entrambi i casi c'era di mezzo il grande Nanni Ricordi, ma erano contesti ben diversi. Anche questo era un segno dei tempi: si preannunciava una vita grama per le piccole etichette discografiche e per chi si muoveva in contromano rispetto alle esigenze di mercato.

Quei dischi per molti aspetti irrepetibili, a trentacinque anni di distanza, riescono ancora a spiazzare, divertire e riflettere. Per questo non andavano e non vanno dimenticati.

Nando Mainardi

martedì 29 novembre 2011

IL MIO INTERVENTO A "IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA - SERATA PER NUCCIO TIRELLI"

In questi giorni, grazie a Renée che mi ha messo a disposizione il materiale, ho letto con attenzione un pò di cose che Nuccio ha scritto - in particolare negli anni '90 e nei primi anni di questo decennio.

Era da un pò che non leggevo cose sue, e mi hanno nuovamente sorpreso per qualità, attualità, spessore politico e intellettuale. Alcuni spunti e alcune riflessioni parlano con forza all'oggi e interrogano anche le comuniste e i comunisti del tempo presente, non solo di dieci o di venti anni fa.



ACCORGERSI DI UN NUOVO CAPITALISMO, STUDIARLO E COMBATTERLO: ATTUALITA' DELLE RIFLESSIONI DI TIRELLI.



Nell'aprile del 2001, ad esempio, Nuccio si interrogava sullo stato di salute della sinistra e sui mutamenti del sistema di produzione capitalistica.

Riteneva, in quella che era una sinistra indubbiamente più forte dell'attuale per quanto divisa, ci fossero due posizioni diverse, in un qualche modo "concorrenti" anche se non incompatibili:

- la posizione di chi appoggia e aderisce a movimenti, "trasversali rispetto alle vecchie classificazioni che il capitalismo ha reso obsolete"; e quindi riconosce una prevalenza dei conflitti redistributivi e una prevalenza dell'attenzione uomo/natura;

- la posizione di chi ha come obiettivo la ricomposizione degli spezzoni del lavoro che il nuovo capitalismo ha segmentato; e con essa riconosce la prevalenza del conflitto a livello della produzione e la prevalenza dell'attenzione al rapporto di sfruttamento dell'uomo sull'uomo.



Nuccio riconduceva alla prima posizione i movimenti ecologisti ed ambientalisti; il mondo dell'antagonismo sociale; e per alcuni aspetti anche Rifondazione Comunista.

La seconda posizione aveva - così scriveva Nuccio - di nuovo in Rifondazione Comunista "il suo nucleo forte", e Nuccio riteneva questo nesso (centralità del conflitto capitale-lavoro, potremmo dire, e progetto della rifondazione comunista) il "più irriducibile perchè mette in campo problemi così essenziali e cogenti da non essere facilmente negoziabili sul mercato politico".

Gran parte delle elaborazioni e degli scritti di Tirelli in questi 20 anni hanno avuto al centro il passaggio dal capitalismo fordista e dalla fabbrica tayloristica al capitalismo post-fordista, molecolare e a quella che negli anni '80 e '90 veniva chiamata la "fabbrica integrata".

Il passaggio, cioè, da un capitalismo che aveva dei "filoni progressivi" e nel quale vi erano spazi di mediazione tra capitale e lavoro e un capitalismo che massimizza, senza alcuna mediazione possibile, la logica di mercato e i profitti. Nuccio fa, in questo, un riferimento esplicito al "contrattacco capitalistico", avvenuto a partire dai primi anni '70, e che ha portato ad un progressivo e brutale ridisegno dei rapporti tra capitale e lavoro (a favore del primo), alla finanziarizzazione dell'economia, alla precarietà, a quella che negli stessi anni in cui Nuccio ne scriveva il movimento altermondialista chiamava "globalizzazione liberista". "Il braccio di ferro tra le classi - scrive Nuccio a proposito del decennio '65-75 - non rimane a lungo in bilico ed è dalla mancata risposta della sinistra che è ripartita la controffensiva capitalistica che si è diramata su un largo ventaglio".

Nuccio ha speso in questi anni gran parte delle sue energie politiche e intellettuali nello studiare e analizzare quelli che poi sono diventati i fattori primari della crisi capitalistica in cui ci troviamo oggi. Nuccio vedeva in questo capitalismo "unilaterale", che punta ad abbattere ogni possibile controparte, un'incompatibilità di fondo e crescente con la democrazia. Mi sembra una riflessione attualissima.

In una lettera a Stefano Merli del febbraio del 1994, Nuccio poneva una serie di interrogativi:

"Quale compromesso sociale è possibile oggi nella crisi del capitalismo?

Il capitalismo è lo stadio ultimo dell'umanità o è possibile un suo disegno di superamento?

Quale democrazia? Quella per cui governa chi ha la metà della metà degli elettori?

E' possibile assimilare la proprietà conquistata dalla borghesia con forme progressive di autogoverno, di autogestione, di controllo da parte dei proletari?

Quale programma hanno i neoriformisti, o "i radicali", realistico per trasformare la società?"

Nuccio era ovviamente, coerentemente ed aspramente critico con le posizioni socialdemocratiche e riformiste (allora si trattava dei governi D'Alema, Blair e Schroder), collocate in realtà dentro le coordinate e le compatibilità liberiste.

Queste posizioni erano incapaci di riprodurre il compromesso socialdemocratico "alto" degli anni '60 e '70, proprio perchè subalterne all'idea della centralità del mercato e della "dannosità" dell'intervento pubblico. In realtà era un adattamento ideologico proprio per "coprire" l'esaurimento dei filoni progressivi del capitalismo. Scriveva Nuccio: "Lo Stato, nato come strumento repressivo, ha avuto per diversi decenni una funzione mediatoria e di compensazione tra le classi. Oggi il ruolo dello stato è in via di ridefinizione, ma è difficile sia per la destra sia per la sinistra dare un'onorata sepoltura a Keynes e sostituirlo. Con chi, con che cosa? Il capitalismo tende, in questa fase storica, a superare la mediazione statuale".

Al pari Nuccio era fortemente critico con il sindacato, irretito da Confindustria nella concertazione: "il sindacato che ha subito, senza battere ciglio, i grandi processi di innovazione tecnologica, oggi è subalterno alla nuova organizzazione del lavoro".

Obiettivo della sinistra di alternativa, per Nuccio, doveva essere lavorare per la ricomposizione dei lavoratori e delle lotte.





ALLA RICERCA DELLE RADICI: NUCCIO, UN COMUNISTA E UN PO' ALTRO.



Nuccio, soprattutto nelle lettere, esplicitava (siamo tra la seconda metà degli anni '80 e i primi anni '90) i suoi dubbi e le sue inquietudini politiche su una fase complessa e regressiva (passerà attraverso scioglimento del Pci) e si interrogava su come dare nuova attualità e vitalità ai filoni politici nel quale si era riconosciuto e da cui proveniva. Rivolgendosi sempre a Stefano Merli, Nuccio scriveva: "Io sono una matassa di problemi insoluti, e sento scorrere in me apporti tra loro molto diversi e contraddittori: da quella anarchico-massimalista che è la radice prima, a quella riformista, nella quale si confondono Prampolini, i cooperatori socialisti, Mazzoni col pragmatismo socialista emiliano, alle correnti autogestionarie italiane ed europee, all'operaismo di Revelli e Bertinotti, con qualche spruzzatina di Marx e di Croce". In un'altra lettera afferma " eppure sentendomi addosso tutta (o meglio di quel poco che conosco) l'eredità dei socialisti massimalisti e libertari, dei comunismi berlingueriani della terza via e ingraiani, sento che la mia vera preoccupazione è quella di ricercare le radici nelle componenti anarchiche-sindacali-operaiste-libertarie".

E ancora: "Le radici più profonde che ritrovo in me sono quelle del socialismo di sinistra". "Negli anni '60 (....) io lentamente maturavo la convinzione dell'indissolubilità del rapporto tra socialismo e democrazia, nei due sensi: cioè non c'è democrazia vera senza socialismo, non senza una certa parità di opportunità economiche, sociali, culturali e ancora senza una tendenza egualitaria.".

E sempre a proposito delle radici (in questo caso non appartenenti unicamente alla sua biografia politica, ma potremmo dire "generazionali") Nuccio - in uno scritto del luglio 1991 sul percorso dei compagni che nei primi anni '70 si iscrissero al Pci arrivando dallo Psiup, dai movimenti cattolici e da altri gruppi - individua dei riferimenti comuni nella crescita "nei luoghi di lavoro, nelle assemblee elettive, nella società dei "contropoteri" dei lavoratori - di cui parlava Lelio Basso"; nel cattolicesimo del dissenso; nei movimenti del '68; nel dissenso da sinistra presente ad est, nei "socialismi reali". A proposito dell'invasione della Cecoslovacchia da parte dell'Unione Sovietica avvenuta nel 1968 e parlando del gruppo dirigente dello Psiup piacentino, Nuccio scrive: "Sbagliammo perchè pensammo che l'invasione della Cecoslovacchia era uno dei tanti atti e misfatti dell'Urss e non capimmo, con sufficiente chiarezza, che era il primo segnale forte, deciso, di un processo inarrestabile che avrebbe portato in seguito alla fine dei regimi totalitari dell'Est". E ancora: "Gli stessi popoli che si erano battuti nei decenni precedenti per il socialismo, dimostravano che era più facile la lotta contro l'imperialismo che la costruzione concreta del socialismo". A proposito della sua scelta di iscriversi al Pci nel 1972, con lo scioglimento dello Psiup, Nuccio scrive: "Oggi, come circa 20 anni fa, rifarei nelle medesime condizioni la stessa scelta. Anche se mi sono sempre sentito un pò "altro".

Come sappiamo Nuccio, negli anni '70, fu un esponente popolare e autorevole delle giunte piacentine di sinistra: "Anche come amministratore pubblico penso di aver messo un impegno simile a tanti altri comunisti per quanto riguarda la quantità e la qualità dei servizi, ma di aver posta una attenzione spesso diversa nel lavoro teso a far crescere la partecipazione ed a costruire gli strumenti della partecipazione e a rafforzare il tessuto democratico e culturale. Ho lavorato sempre con la gente, con gli utenti, cercando contemporaneamente di coinvolgere, a livelli più alti di responsabilità, gli operatori comunali."

Sempre in questo scritto, che è precedente all'iscrizione di Nuccio a Rifondazione Comunista, Nuccio parla del Prc: "Deve innanzittutto rifondare la capacità critica del moderno capitalismo anche nelle sue punte più alte, il capitalismo del terzo millennio. Occorre partire dal fatto che il capitalismo ha vinto (io spero non definitivamente) e che il socialismo ha perso e che non sono riproponibili "modelli PCI" anche nella loro miglior versione".

Infine, voglio chiudere con una lettera che Nuccio non spedì ma ricevette nel 1992 da parte di un compagno che gli chiedeva di iscriversi a Rifondazione Comunista: Ruggero Ricatti.

Ruggero scriveva, a proposito della sua richiesta a Nuccio di adesione al Prc: "Se l'ho fatto, è perchè tu sai costruire un partito, perchè tu mi hai insegnato molto per quel poco che ti conosco, perchè tu sei Tirelli".

Sappiamo tutti la scelta che poi Nuccio ha fatto e che ci ha resi compagni di strada per quasi vent'anni, e stasera lo ricordiamo esattamente, come ha scritto Ruggero poco meno di vent'anni fa: perchè ci ha aiutati nel costruire il nostro partito, perchè ci ha insegnato molto, perchè lui è stato Tirelli.

martedì 9 agosto 2011

APPUNTI SUL COMPROMESSO STORICO.

La lettura del libro "Berlinguer e la fine del comunismo" di Silvio Pons, del 2006, mi stimola ad alcune considerazioni sulla proposta di compromesso storico avanzata dal Pci a partire dal 1973. Pons, va detto, si pone alla destra del Pci: il fallimento del compromesso storico è causato dal rifiuto dei comunisti italiani di una normalizzazione socialdemocratica e, quindi, di un anticipo della Bolognina. L'autore analizza la "politica estera" del Pci, e mette in evidenza il nesso tra la prospettiva dell'eurocomunismo - un'invenzione sempre di Berlinguer - e la "politica interna", il compromesso storico appunto. Due facce della stessa medaglia, anche se sono la complessità e la drammaticità della situazione italiana a guidare l'orientamento internazionale del Pci, e non viceversa. Il Pci, cioè, cercò di costruire un polo dei partiti comunisti europei/occidentali basato sul riconoscimento del pluralismo politico e dei diritti individuali, sull'obiettivo del superamento dei blocchi come prospettiva : in grado così di contestualizzare e di legittimare la scelta "interna" del compromesso storico. Questo comportò una progressiva differenziazione e una conflittualità con l'Urss, pur evitando di arrivare a rotture definitive o a scontri particolarmente frontali. A me interessa qui marcare il senso politico della proposta del compromesso storico. Di certo era anche una proposta moderata, poichè aveva a che fare con l'avvicinamento del Pci all'area del governo. Ma non era solo quello. Era una proposta antifascista, perchè in particolare nel momento in cui fu lanciata (subito dopo il golpe in Cile) il pericolo di una virata autoritaria era reale. Ma soprattutto era un tentativo, nella ristrettezza degli spazi di manovra a disposizione, di provare a cambiare le regole e il funzionamento di un sistema "bloccato" investendo su un'idea "progressiva" di democrazia. Su questo, a mio parere, la valutazione berlingueriana sulla situazione italiana era giusta: sarebbe stata praticabile una coalizione alternativa delle sinistre, al di là delle differenze significative che le attraversavano? O meglio: cosa sarebbe successo se una coalizione delle sinistre avesse vinto le elezioni e avesse provato a definire una proposta di governo? Ovviamente non lo possiamo sapere con certezza, ma personalmente penso che la collocazione internazionale dell'Italia avrebbe impedito in qualsiasi modo uno sbocco del genere. Il rischio sarebbe stato un'involuzione profonda della democrazia italiana che, se da una parte era "bloccata", dall'altra era attraversata da grandi movimenti e lotte in grado - anche grazie al Pci - di ottenere risultati istituzionali storici (come ad esempio lo Statuto dei lavoratori). Altra cosa sarebbe stata se l'Italia avesse avuto la forza di rompere i blocchi e collocarsi su una posizione di neutralità attiva. Ma di nuovo: nell'Italia degli anni '70 sarebbe stato un processo possibile? Il Pci stesso lo avrebbe perseguito con convinzione? Contrariamente alle forze ed energie della nuova sinistra, cui mi sento più vicino per cultura politica e che si ponevano su posizioni anticapitaliste di rottura frontale, il Pci si muoveva con grande prudenza e progressiva moderazione, in continuità con il ruolo giocato nell'Italia repubblicana, perchè il grande consenso maturato in quegli anni rendeva paradossalmente ancora più minato e complicato il proprio percorso. Sul versante opposto, era accettabile per una grande forza come il Pci una collocazione all'opposizione pregiudiziale e l'interiorizzazione, in questo modo, di vincoli e limiti così forti ed esterni? Questo avrebbe significato accettare la subalternità atlantica del Paese e legare la possibilità di un mutamento di scenario unicamente, o prevalentemente, al ruolo dellUrss. Il compromesso storico, perciò, si poneva - nelle intenzioni di chi lo proponeva - come opzione di "aggiramento" della democrazia "bloccata", come tentativo di indebolire la logica dei blocchi contrapposti, come recupero e rilancio della stagione costituente contrapposta ad ogni possibilità di arretramento sul terreno della democrazia. Significava provare a rompere il veto statunitense contro qualsiasi ruolo di governo svolto dal Pci e significava al contempo mettere in campo una strada autonoma rispetto agli interessi dell'Urss. Significava un investimento su un'idea di democrazia "progressiva" nel nostro Paese. Possiamo però dire che il compromesso storico è fallito, non si è mai realizzato come opzione politica piena e, anzi, il suo perseguimento nei fatti ha contribuito all'indebolimento e alla crisi del Pci. Perchè è fallito? Essenzialmente perchè non esisteva neppure quello spazio su cui si basava la proposta: la Democrazia Cristiana non era affatto disponibile alla costruzione di una "terza via", ma era un mix di fedeltà atlantica senza se e senza ma e di governo affaristico, clientelare, colluso con il peggio del Paese. Non c'era più la Resistenza a spingere e a modificare le forze in campo, producendo uno straordinario slancio per la stagione costituente. I settori più disponbili della Dc erano al contrario interessati ad un coinvolgimento e ad una responsabilizzazione del Pci nella definizione di politiche economiche e sociali moderate e arretrate. E' un'altra cosa ovviamente. Secondo Pons, sembra di capire, il Pci perse quella partita perchè non scelse di rompere con l'identità comunista e di aderire ad un percorso socialdemocratico. Io penso che gli errori del Pci siano stati altri,una volta pure assunta la proposta del compromesso storico:
- penso che sia stato un errore molto rilevante l'adesione del Pci alle politiche di ristrutturazione del welfare e alla moderazione dei salari a favore dei profitti. Un errore commesso proprio, in gran parte, per tenere in vita l'ipotesi che sta alla base del compromesso storico. Credo al contrario che la bocciatura di politiche opposte ad un'idea "progressiva" di democrazia avrebbe aiutato a delineare con chiarezza la propria proposta di compromesso storico. Una opposizione del Pci avrebbe evitato sia l'erosione di consenso sia attenuato lo scontro frontale con il movimento. E un Pci più forte avrebbe reso più forte, per l'appunto, la propria proposta di compromesso storico. Un Pci indebolito, così come è stato, ha reso possibile la fase dell'unità nazionale, e cioè un'attuazione di destra della convergenza proposta da Berlinguer. Un Pci più forte sarebbe uscito diversamente dello stesso esaurimento di quella fase;
- penso che il Pci avrebbe dovuto non uscire prima dal comunismo, come sostengono in tanti, ma rompere politicamente con l'Urss prima sì. Avrebbe dovuto far emergere e trasformare in critica politica esplicita il proprio giudizio su gran parte dei comunismi di stato. Avrebbe dovuto rendere esplicita la possibilità della ricerca di un modo diverso di essere comunisti. Questo non perchè avrebbe facilitato il rapporto con la Dc, ma perchè avrebbe facilitato il rapporto con l'opinione pubblica e con i movimenti a sinistra del Pci. Avrebbe saputo connettersi in modo più efficace alla domanda diffusa di pace e di superamento della "guerra fredda".
Insomma: arriccio il naso di fronte a giudizi sbrigativi e semplicistici sul compromesso storico. Un senso ce l'aveva. Ovviamente va collocato nel percorso più complessivo del Pci, nelle sue scelte di fondo, nei suoi legami internazionali e nella sua cultura politica diffusa. Al contempo si basava su spazi assai stretti, che nel giro di pochi anni si sono chiusi. Un conto perciò è il senso della proposta, e un altro - altrettato rilevante - riguarda l'analisi dell'efficacia della proposta avanzata. E il Pci reagì alla chiusura degli spazi puntando ad una sorta di scambio, che non funzionò, tra legittimazione democratica e adesione a scelte e politiche moderate. Forse una parte significativa dell'errore sta qui.

Nando Mainardi

giovedì 28 luglio 2011

INTERVISTA A MARIA JATOSTI

Parlare della vita di Maria Jatosti e parlare del suo ultimo libro è un po’ la stessa cosa. “Per amore e per odio” è uno scorrere torrenziale di frammenti, immagini e pensieri delle tante vite di Maria. Ci sono gli anni della militanza nel Pci, della Milano bohémìennedegli anni ’60, di un’incessante attività di animatrice culturale, giornalista e scrittrice. C’è la passione e la curiosità per il mondo filtrate attraverso un’angolazione che è insieme politica e intima. Non a caso Maria ripete più volte di avere scritto un libro “politico, che punta a scuotere”. La ribellione, l’amore e la disperazione riemergono dalle pagine e compongono una vita piena, agra e sorprendente insieme.

D. Innanzitutto vorrei chiederti perchè sei diventata comunista e un ricordo della tua militanza nel Pci romano, quando eri semplicemente "Maria della Garbatella".

R. Non sono diventata, sono nata comunista. Mio padre era un antifascista comunista, da ragazzo aveva fondato una cellula del Pci ad Avezzano. Venne arrestato con i suoi compagni e mandato al confino. In casa mia si respirava questo. Non è stata una presa di coscienza maturata a poco a poco: nessun merito, nessun eroismo. Oltre al clima respirato in casa, c’era da parte mia una spinta naturale alla ribellione. Non ho mai accettato nulla supinamente, ho sempre voluto sapere il perché delle cose. Di tutte le cose. Ed è venuta la sacrosanta ribellione nei confronti della famiglia. Io credo sia necessario “uccidere i padri”. Ho cominciato a lavorare, ho conquistato la mia indipendenza. Nel ’48 sono entrata nel Partito, iscrivendomi alla gloriosissima sezione “Villetta”, ex sede del fascio rionale, che frequentavo da tempo. Il partito era il senso della vita, l’appartenere, stare dentro una grande cosa che si poneva l’obiettivo di migliorare il mondo. Amavo “quell’agglomerato, quel corpo collettivo di aggregazione civile e politica, quel crogiolo di vite, sensibilità, umori, tensioni,” per dirla con Brecht. Il Pci ha svolto un ruolo fondamentale in questo Paese, di opposizione, di conquista e di avanguardia. E’ vero ciò che dicono: eravamo egemonici e gli intellettuali stavano con noi. Eravamo impavidi e sicuri di quello che facevamo. Il Partito era la nostra chiesa e la nostra casa. Era la mia vita e il mio Sogno. Ho militato per tanti anni senza fare mai carriera politica. Lo considero un merito.



D. Gran parte della tua vita è segnata dall'incontro tra la politica e la cultura, a partire dal tuo lavoro per la Federazione dei circoli del cinema. Che ricordo hai di quell'esperienza?

R. Anche lì c’erano i compagni, perché era una diramazione del Dipartimento culturale del partito, sezione cinema, di cui era responsabile Elio Petri. Ma per me era soprattutto un lavoro, uno dei primi, malpagato ma importante e bellissimo, a contatto con tanti nomi del cinema italiano. Ricordo in particolare Carlo Lizzani, di cui sono ancora oggi molto amica. Il Pci aveva questa grande capacità di “penetrare” il territorio. I Circoli del cinema erano presenti in tutta Italia, ed erano uno strumento per fare politica culturale. Non era certo l’unico. La mia sezione, ad esempio, era una fucina di iniziative. Con alcuni compagni creammo una vera e propria compagnia di teatro sperimentale. Spesso era presente alle prove Luchino Visconti, il quale insisteva perché io continuassi su quella strada. Ma per me quello era solo lavoro di partito, una forma di aggregazione e di crescita. Allora non mi passava neppure per la mente che quell’attività potesse contribuire alla mia formazione culturale o avere uno sbocco professionale. Finita quell’attività, consumata quell’esperienza, ti ritrovavi a mettere in piedi una squadra di pallavolo o a organizzare un concorso di bellezza. Non era però tutto facile in quegli anni. Anzi. La lotta era dura. Soprattutto per una ragazza di 18-20 anni. Quando andavo per le strade o di casa in casa a fare propaganda, a vendere l’Unità, mi capitava spesso di essere insultata. Bisognava avere una certa dose di incoscienza e di coraggio. Il coraggio è una cosa che s’impara. Lo scontro, anche violento a volte, non era solo con la polizia, ma anche con le persone che incontravi tutti i giorni, con l’arretratezza, con il pregiudizio.

D. Nel 1954 arrivi a Milano, e ti trovi nel mezzo di una stagione segnata da una grande vitalità culturale, sociale e politica. Nel posto giusto, al momento giusto. Incontri la Milano degli artisti e dei tiratardi, delle fabbriche e degli scrittori. Come ti sei trovata in quella città scossa da un "terremoto" culturale?

R. Sono arrivata a Milano per un fatto privato: la mia storia con Luciano Bianciardi. Il Partito lo mandò a lavorare alla neonata Feltrinelli. Milano era allora la capitale d’Europa, una città in grande fermento, una città determinante per la crescita del Paese. Tutto nasceva lì. Noi vivevamo a Brera, che ne era il centro culturale. Tuttavia ho vissuto quegli anni in maniera “gregaria”: dovevo fare i conti con una relazione clandestina, sofferta e complicata. Mi ritrovai a dovermi cercare un’attività da zero. A Roma avevo lasciato un lavoro gratificante, qualificato, all’ufficio stampa della Cgil. Ero a contatto con compagni come Di Vittorio, Trentin, Tatò ed altri. A Milano dovetti ricominciare con i lavori più umili e strani, perché facevamo la fame. E’ stata una grande stagione, in cui c’era di tutto: un mondo entusiasmante di scrittori, pittori, fotografi molti dei quali poi diventati famosi. Milano era una città accogliente e solidale. Per me quel “pezzo” di vita è stato di grande importanza, anche nei suoi aspetti contraddittori e drammatici. Parlo del privato, della mia storia con Luciano, con la sua morte.


D. Ne "La vita agra" di Luciano Bianciardi, che fu un grande successo letterario, il personaggio femminile Anna è chiaramente ispirato a te. Quel romanzo si scagliava contro la retorica e contro l'ottimismo del boom economico, e descriveva la vita dei due protagonisti risucchiata dalle fatiche del lavoro letterario e dallo sfruttamento. Erano gli anni in cui traducevate Henry Miller e tanti altri. Per alcuni aspetti sembra la vita dei ragazzi precari di oggi. E' così?

R. Sì, in un certo senso. Quanto al boom, Bianciardi aveva ragione, è stato un anticipatore. Per insofferenze e incompatibilità, Luciano litigò con il padrone-compagno Feltrinelli. Giangi era un ossimoro vivente, un milardario comunista con velleità culturali, del resto giustificate, a giudicare dai risultati. Luciano era un anarchico naturale, non stava alle regole e non resse. Così gli fecero un contratto purché stesse a casa. Di fatto lavorava a cottimo. Stavamo alla macchina da scrivere ore e ore, notte e giorno a tradurre. Eravamo una bella squadra, organizzata e affiatata. Ma i soldi erano sempre pochi. Il lavoro del traduttore anche oggi è pagato malissimo ed è soggetto ad alti e bassi. Ti possono lasciare a casa da un momento all’altro. Dunque era un lavoro instabile e precario: in alcuni periodi avevi molto da fare, mentre in altri la richiesta diminuiva. Non è sttata un’invenzione, era proprio una vita agra. Una bellissima vita agra.


D. Da quel libro venne tratto anche un film diretto da Carlo Lizzani e interpretato da Tognazzi e da Giovanna Ralli. Ti era piaciuto quel film, che parlava anche di te?

R. All’inizio no. Recentemente l’ho molto rivalutato. Ma ero diventata molto amica di Giovanna Ralli, che nel film interpretava Anna. Avevamo molte cose in comune, a partire dall’età. All’inizio non mi era piaciuto neanche il libro. L’ho odiato. Non ero ancora una scrittrice, e certe cose allora non le capivo. Mi chiedevo: perché quest’odio per Milano? Per il prossimo? Perché questo rifiuto? Milano non era così. Milano ci ha voluto bene e ci ha accolti. E c’erano tanti amici, tanti compagni con cui dividevamo la vita. La differenza sta nella visione diversa della vita: io ero comunista e lui anarchico. Luciano non credeva nel partito e odiava i politici mentre per me il Partito, i compagni erano l’avvenire, la speranza. Sentivo estraneo il personaggio di Anna, e mi ferì. Anna nel libro non fa che fare l’amore e preparare gli spaghetti. Mi dicevo: è tutta qui la nostra vita, la nostra lotta insieme? Lo sentii come un insulto. Dopo tanto tempo ho capito che scrivere un libro è un’altra cosa. La fedeltà c’entra fino a un certo punto.


D. Nel tuo romanzo Tutto d'un fiato, pubblicato nel 1977, in cui ti liberi di Anna e prendi la parola, rimangono i temi della "vita agra" e della fatica quotidiana del lavoro culturale, tra l'attività di redattrice per alcuni periodici, di animatrice culturale, di scrittrice sotto pseudonimo.

R. Sì, io mi considero un’abusiva delle lettere. Ho navigato in tutti i mari. Dovevo lavorare, e quello era il mio campo. Per me scrivere è un mestiere. E’ lavoro, e tutto questo alone di sacralità sullo “scrittore”, sul “poeta”, è un falso. Scrivere è fatica, ti devi impadronire di strumenti fondamentali, devi fabbricarti la tua scrittura, la tua lingua. Negli anni ‘70 ho fatto anche la pornografa. In quel momento il mercato offriva quello. Io ero sola con un figlio da crescere. Certo, lo facevo con malessere, ma anche con l’orgoglio della consapevolezza di essermi sempre pagata la vita da sola, ogni giorno della vita, col mio lavoro. Da sempre ho questa etica del lavoro È un’altra eredità che devo a mio padre.

D. In tempi più recenti hai scritto testi sulla guerra in Iraq, in Afganistan, sulla Resistenza. E in Per amore e per odio è sempre ben presente uno sguardo, da sinistra, sulla politica e sul mondo. Quanto e come è cambiato il punto di vista della militante comunista che negli anni ’40-'50 frequentava le sezioni del Pci?

R. Io continuo ad essere comunista. Sono sempre stata una comunista strana, fedele, ma poco ortodossa. Ricordo il mio primo comizio, nella campagna elettorale del 1948, davanti a duemila persone. Mi tremavano le gambe e mi mancava la voce. Poi cominciai, mi sciolsi e andò tutto bene. Seduto in prima fila c’era mio padre, ancora più emozionato di me. Nel 1968, ne parlo anche nel libro, partecipai a una grande manifestazione a Genova: c’erano la Cgil, la Cgt, i portuali. C’era la classe operaia e il Partito con le bandiere rosse. Arrivarono i “gruppettari” e ci fu uno scontro tra compagni. Andai in crisi, insultai il segretario della mia sezione perché il mio cuore stava con quei giovani scalmanati. Anche se avevo sempre rispettato la disciplina, il mio cuore stava con loro. Nel mio libro parlo di quella manifestazione, che, pagina dopo pagina, diventa il G8 di Genova. L’ho fatto per Carlo Giuliani. Il mondo è cambiato, le ideologie, dicono, sono cadute, ma le idee, certi valori, certi bisogni fondamentali restano. Il bisogno di sognare, per esempio. Il bisogno di libertà, di giustizia. Come don Andrea Gallo, sono anch’io una “pessimista attiva”. Non credo nella bontà, il buonismo mi fa schifo e penso che l’uomo sia malvagio, ma mi do da fare e ho ancora tanta passione. E, anche se a volte mi sento invasa dal passato, guardo ancora in direzione della vita.

Nando Mainardi (dal numero di luglio/agosto di Su la Testa)

giovedì 21 luglio 2011

LA RECENSIONE DEL LIBRO "IL CASO CLAPS" DI PINO CASAMASSIMA

Pino Casamassima, Il caso Claps. Una storia nascosta, ed. Albatros Il Filo, 2010, pp. 96, € 4,90.

Ci sono fatti di cronaca nera su cui è consigliabile non sorgano plastici "alla Cogne" o su cui è conveniente che sociologi e strizzacervelli dall'inquadratura facile tacciano. Ci sono, infatti, omicidi che - se realmente indagati - rivelerebbero troppo spudoratamente le geografie del potere. Pino Casamassima è invece un giornalista che non tace, e anche per questo ha scritto Il caso Claps. Una storia nascosta.
Casamassima ricostruisce l'incredibile vicenda di Elisa Claps, uccisa il 12 settembre di 17 anni fa e rimasta da allora nel sottotetto della chiesa della Ss.Trinità di Potenza. Una verità che molti sapevano, ma su cui evidentemente conveniva tacere fingendo che Elisa fosse semplicemente scomparsa o, come disse nei giorni dell'omicidio il questore di Potenza, che si fosse "allontanata volontariamente".

L'obiettivo principale era coprire Danilo Restivo, in seguito accusato e processato in Inghilterra - dove si era traferito - per l'omicidio di altre tre donne. C'è appunto un padre legato alla massoneria che è disposto a tutto pur di proteggere il figlio omicida; c'è un magistrato donna che si dimentica spesso e volentieri di disporre le indagini necessarie nei confronti del principale accusato; c'è il marito del magistrato che era solito intrattenersi telefonicamente con personaggi legati alla 'ndrangheta; c'è il parroco, ora defunto, che teneva ben chiusi gli accessi interni della Chiesa che avrebbero portato facilmente al cadavere di Elisa; c'è l'amica di Elisa che prova a fare una goffa telefonata "anonima" per segnalarne la presenza a Roma; c'è un vice-parroco che dice di aver saputo - già prima della scoperta dei resti di Elisa - della presenza del cadavere nel sottotetto, e immediatamente viene traferito altrove. E ci sono i muri di Potenza, su cui in 17 anni mani sconosciute hanno sia scritto la verità, indicando anche la "tomba" di Elisa, sia provato a depistare ulteriormente le indagini. Insomma, decisamente troppo.
Eppure c'è anche chi in questi anni si è battuto infaticabilmente per avere verità e giustizia. Casamassima cita più volte il ruolo di "Chi l'ha visto?"; del prete antimafia Marcello Cozzi, determinato nel chiedere che venga fatta luce anche sulle connivenze e sulle protezioni di Restivo in ambito ecclesiastico; della madre di Elisa, decisa nel chiedere la celebrazione del funerale della figlia all'aperto, libera finalmente dalla prigione in cui è rimasta dal 1993 ad oggi. Casamassima ha fatto benissimo a ricostruire una vicenda già conosciuta, e nel contempo ancora sconcertante e scandalosa. In un celebre racconto di Edgar Allan Poe, tutti cercano una lettera e non la trovano, perchè è semplicemente sotto gli occhi di tutti. Il caso Claps racconta a sua volta di una ricerca per molto tempo vana, e di nuovo la soluzione era sotto gli occhi di tutti, e sussurrata da tanti. In questo caso non si trattava di una lettera, ma del cadavere e della vita di una giovane donna.

Nando Mainardi - pubblicato sul sito Carmilla nel 2010

venerdì 15 luglio 2011

LETTERA AI PIACENTINI SUI LAVORATORI DEL POLO LOGISTICO

Cari piacentini, vi racconto cosa ho visto in questi giorni davanti ai cancelli della Tnt di Piacenza. Ho visto decine e decine di lavoratori nordafricani lottare e bloccare le entrate dello stabilimento, al grido di “sciopero, sciopero” e “vogliamo i nostri diritti”. Chiedono semplicemente di non essere trattati come bestie, di avere uno stipendio dignitoso, di non essere sottoposti a ricatti quotidiani, di avere un contratto di lavoro vero e non fittizio, di non scoprire un bel giorno di non poter rientrare sul posto di lavoro perché nel frattempo il caporale di turno ha trovato qualcun altro ancora più disperato di te e disposto a vendersi per qualche euro in meno; di non scoprire che ti hanno licenziato perché hai osato guardare in faccia chi ti dà gli ordini come se si fosse in caserma. Lottano come stanno lottando centinaia di migliaia di loro coetanei nei Paesi nordafricani, chiedendo democrazia e giustizia sociale. E forse lottano come hanno lottato più di quarant’anni fa gli operai arrivati dal meridione al nord e trattati dalla grande industria come schiavi. Chiedono che venga fermata una situazione di illegalità diffusa che consente ai loro datori di lavoro, due cooperative (Stella e Vega, del gruppo Gesco Nord) il massimo dei profitti e il minimo - ma proprio il minimo - dei costi, fregandosene del contratto nazionale di lavoro. Sappiamo che, nel polo logistico, non sono i soli ad essere trattati così. Qualche settimana fa (ricordate?) un lavoratore albanese ha fatto lo sciopero della fame; oggi loro. Domani?...Ho visto al loro fianco dei sindacalisti del Si-Cobas, arrivati da Milano, confrontarsi, discutere e rimettersi al voto dei lavoratori riuniti in assemblee improvvisate davanti ai cancelli della Tnt. E mi chiedo: possibile che, di fronte ad una situazione vergognosa e alla necessità di una “battaglia” di civiltà, manchino le organizzazioni sindacali più grandi? Ho visto le forze dell’ordine intimare ai lavoratori di allontanarsi al più presto dai cancelli, perché altrimenti sarebbero intervenuti con le cattive. E mi sono detto che la legge sarà anche uguale per tutti, ma se sei un padrone e sfrutti i lavoratori hai i poliziotti che difendono le tue proprietà e le tue attività; se sei lo sfruttato, sei un potenziale disturbo dell’ordine pubblico. Ma non dovrebbe essere il contrario? Nei primi anni ’90 una manifestazione in difesa della democrazia si apriva con uno striscione che diceva: “La Costituzione siamo noi”. Il corteo che si muoveva con in testa quello striscione dava l’idea di un popolo in cammino. Il “popolo” di cui appunto parla la Costituzione. Ecco cosa vorrei dirvi, cari piacentini. Che l’altro sera ho visto i facchini egiziani e marocchini in lotta davanti alla Tnt, e ho pensato: la Costituzione sono loro.

Nando Mainardi – Partito della Rifondazione Comunista